4 novembre. Per non dimenticare la Grande Guerra dei nostri Eroi di Famiglia

Ecco cosa può succedere quanto cerchi, scopri, studi e immagini, attraverso fonti storiche e di archivio, la guerra vissuta dal tuo bisnonno. Un piccolo stralcio da un progetto letterario più ampio.

Quota 343

12 settembre 1916, ore 02.00

Plenilunio. Una striscia luminosa nel cielo disegna il cielo della notte umida. Non è una stella cadente fuori stagione, le perseidi sono passate, ma il barlume generato dal proiettile in ottone di una lanciarazzi Tettoni 1900 che, in breve, si dissolve. Inizia il concerto dei mortai che scuotono la terra del Grande Monte, Veliki Hribach. Quota 343. 

La terra melmosa trema sotto i piedi dei Bersaglieri della 1° Brigata. I cuori vibrano scuotendo le viscere. Davanti alla linea di trincea scavata in tutta fretta e poco profonda, si staglia granitico, più in alto, il baluardo della trama difensiva austro-ungarica che guarda, con voglia di rivalsa, la città di Gorizia liberata dal nemico asburgico qualche settimana prima. 

Raggomitolati come si sta nel grembo materno, aggrappati al cappotto da trincea, ognuno attende come può la fine dei rombi e dei frastuoni, sperando, cinicamente, che i colpi da 17cm dei Minenwerfer (così le forze austro-tedesche chiamavano il mortaio) cadessero un pò più là oppure che gli artiglieri di turno non fossero troppo precisi e scrupolosi. 

Ma la fine sarà l’inizio. Un fischio e poi l’assalto. Giuseppe è drammaticamente pronto: uno sguardo di pietà alla luna, spettatrice non pagante del saggio di insensata ferocia degli uomini. Rassegnato all’inevitabile, inserisce la baionetta nel suo fucile in dotazione, Mannlicher-Carcano, modello 1891, ad otturatore girevole-scorrevole, calibro 6,5 mm. Non si può tornare indietro. Per lui, arrivato sul fronte a maggio con il 12° Rgt. Bersaglieri, anche se ha già potuto assaggiare le atrocità della guerra, dopo mesi di attesa e lavoro nelle fortificazioni in diverse zone del Carso, è il battesimo del fuoco.

La cadenza di fuoco aumenta. Qualcuno vicino a lui urla chiamando la madre lontana. Un altro viene smembrato da un colpo di mortaio. 

Gli ufficiali di battaglione urlano a ciclo continuo <Fermi!!! Mantenere le posizioni!!!>. Un milite non regge la tensione degli eventi e si spara in bocca. C’è chi prega, chi stringe una foto stropicciata o un rosario. La terra sollevata dalla furia del nemico maschera Giuseppe, lo trasforma per la battaglia. La montagna violata, così, lo avvolge. L’uomo diventa soldato. 

Poi il silenzio di un attimo. L’ufficiale alza lo sguardo guardando la linea difensiva crucca. Le mani tremano cercando il fischietto, ma lo sguardo ancora di più: i suoi uomini lo fissano nel frammento di un sospiro. Un suono acuto investe la valle: inizia la danza della guerra.

Non il fiato che si esaurisce, ma un colpo terribilmente perfetto di un cecchino Scharfschütze austriaco, con il suo fucile M95, mettono fine al sibilo: l’ufficiale è colpito a morte: ricade all’indietro inghiottito dalla trincea. Ormai l’orda è partita, ma senza guida, se non la luna e il riverbero della sua luce riflessa.

Giuseppe, per tutti Peppino, fino ad un attimo prima aveva pensato ai suoi cari e alla frase di un poeta soldato, che stava combattendo come lui, di cui aveva sentito leggere qualche verso nelle baracche dal cappellano militare e che gli erano rimasti ben impressi.

Anche se lui parlava solo dialetto campano se l’era fatta spiegare da un compagno d’armi: <Non sono mai stato tanto attaccato alla vita>. Ora esce allo scoperto correndo muto, guardando la vetta attraverso il vortice di distruzione. Il terreno sprofonda perché ancora intriso delle piogge di fine estate, il fiato colora di bianco la fredda aria della notte. Si corre per guadagnare campo e secondi di vita nella partita con il nemico e con la morte. O forse per perdere entrambi.

Gli austriaci non hanno proseguito con il fuoco di artiglieria, vogliono a loro volta assaltare i katzelmacher (così gli austro-tedeschi chiamavano in senso dispregiativo gli italiani mangiaspaghetti), sfruttando la pendenza a loro favore, la pesantezza di ogni passo italiano e, soprattutto, la sagacia e lo ferocia degli uomini di un battaglione di soldati bosniaci. 

La gente del luogo, anche con pregiudizio, soleva dire: <Catif come en bosgnac> (cattivo come un bosniaco). I soldati bosniaci, riconoscibili dal fez che portavano sul capo, erano esperti nel combattimento corpo a corpo e nell’utilizzo di coltelli e pugnali; con la forza depredavano le poche cose rimaste ai civili agendo attraverso minacce e prevaricazione. Ma la vita in guerra è una sfida che non fa prigionieri. O si vive o si muore. Così come sarà da lì a poco. 

Giuseppe non aveva idea di chi fossero, ma i suoi commilitoni dicevano: <Se incontri un bosniaco uccidi per primo!>. I soldati italiani sentono l’urlo di guerra crucco-balcanico che sta arrivando e a loro volta urlano, come in un canone a due voci, provando ad accelerare il passo. 

La distanza si restringe. Il punto di non ritorno è giunto inesorabile. Il fragore dei corpi che si scontrano è assordante. C’è chi cade non riuscendo a stare in piedi tra fango e voragini venendo letteralmente calpestato e trucidato.Chi uccide e poi a sua volta è trafitto alle spalle. Chi annega nel suo stesso sangue stringendosi la gola squarciata. Chi urla di terrore e dolore nel cuore della notte di luna piena come i lupi del Carso. Qualcuno prova a tornare indietro e ripiegare, ma è impossibile: arriva la morte che vince facile.

Giuseppe sembra reggere l’urto. Segue i consigli dell’addestramento e corre tenendo fucile e baionetta a due mani tese davanti a sé. Così, prende la prima vita e poi la seconda e poi una terza sparando il colpo in canna. Ma cosa ha preso? Non ha preso nulla, sta solo nutrendo il mostro della guerra. Continuando ad avanzare trova nel fondo di una buca generata dai colpi di mortaio, un groviglio di uomini tra cui il corpo agonizzante di un sergente austriaco che gli tende la mano. Lo riconosce dalle mostrine, potrebbe andare oltre, ma è inebriato dai fumi di Marte, il dio della guerra. L’uomo è assente. Rimane la sua bestialità. 

Giuseppe, con la bava alla bocca, si prepara a trafiggerlo. Un spostamento d’aria alle sue spalle attira i suoi sensi. Si volta, un’ombra indefinita e furiosa si sta scaraventando su di lui. Forse è giunta la sua ora, pensa, ma l’istinto, spesso, sa essere più forte delle nostre paure e Peppino vuole essere attaccato alla vita come suggeriva il poeta-soldato. Il fucile si alza, la baionetta è un tutt’uno con l’uomo. Due corpi, uno sbalzo e poi il silenzio.

Continua…

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