Niccolò Machiavelli, nel suo De Principatibus, ammoniva che chiunque si faccia padrone di una città abituata a vivere libera deve aspettarsi di essere “disfatto da quella”. Il nome della libertà, scriveva il Segretario fiorentino, non si dimentica né per il passare del tempo né per i benefici ricevuti. Benito Mussolini, che di Machiavelli si considerava studioso e interprete, dovette confrontarsi quotidianamente con questa verità. Per oltre vent’anni, la sicurezza del Duce fu il perno attorno a cui ruotò l’intero apparato repressivo dello Stato fascista. Eppure, nonostante l’OVRA, i Carabinieri e la Milizia, il corpo del dittatore rimase perennemente esposto. La storia del Fascismo non fu una marcia trionfale verso il consenso, ma una sequela di momenti critici in cui il corso della storia italiana rischiò di cambiare per il millimetro di un mirino o la polvere di un innesco bagnato. Il primo vero tentativo di eliminazione di Mussolini, datato 1924, non ha la dinamica moderna dell’attentato terroristico, ma sembra uscito da una cronaca del Cinquecento. In un’Italia ancora scossa dal delitto Matteotti, l’opposizione cercava una via d’uscita radicale. Il protagonista è Luigi Celli, un muratore di fede comunista che si trova invischiato in una trama ordita in ambienti altolocati. La Massoneria, inizialmente non ostile al fascismo ma poi perseguitata dal Gran Consiglio, giocò un ruolo fondamentale. Il piano prevedeva l’uso dell’acido cianidrico. L’intermediaria era nientemeno che la contessa Martin de Viry, nota come la “Contessa Martini”, allora amante del Duce. L’idea era quella di avvelenare Mussolini durante un incontro privato. Celli ricevette finanziamenti e istruzioni, ma il complotto svanì nel nulla per un misto di avidità e mancanza di coraggio. Celli intascò i soldi e fornì una sostanza innocua. Tuttavia, l’episodio lasciò una traccia profonda nella psiche di Mussolini: la consapevolezza che il nemico potesse annidarsi anche nel letto di un’amante o tra le mura domestiche. Non è un caso che i documenti su Celli rimasero nella borsa del Duce fino a Dongo, nell’aprile del 1945.
Ma è il 4 novembre 1925 che rappresenta il primo grande spartiacque. Tito Zaniboni, ex deputato socialista, massone e decorato della Grande Guerra, decise di colpire nel giorno dell’anniversario della Vittoria. Zaniboni era un uomo d’azione, convinto che il tirannicidio fosse l’unico atto morale possibile per riscattare l’onore dell’Italia. Egli si appostò nella camera 90 dell’Hotel Dragoni, con una vista privilegiata sul balcone di Palazzo Chigi da cui Mussolini avrebbe dovuto affacciarsi. L’arma scelta era un fucile di precisione austriaco Steyr-Mannlicher M1895, lo stesso che Zaniboni aveva imparato a conoscere nelle trincee. Ma il complotto era già morto prima di nascere. L’accompagnatore di Zaniboni, Carlo Quaglia, era un infiltrato della polizia.
Gli agenti fecero irruzione nella stanza pochi istanti prima del colpo. Zaniboni affrontò il processo e il carcere con una dignità che colpì gli stessi avversari. Nelle sue memorie, confessò una ambivalenza profonda: l’odio per il dittatore si scontrava con l’incapacità etica di uccidere (“Non so uccidere un gatto”, avrebbe detto poi), quasi a simboleggiare l’impreparazione dell’Italia liberale di fronte alla violenza fascista. Il 7 aprile 1926, la minaccia prese le sembianze più inaspettate: quelle di una nobildonna irlandese, Violet Gibson, mezza matta. Al termine di un congresso internazionale di chirurgia in Campidoglio, la donna riuscì ad avvicinarsi a Mussolini. Mentre la banda suonava l’inno Giovinezza, la Gibson sparò un colpo di pistola a bruciapelo. Fu un miracolo balistico. In quel preciso istante, Mussolini aveva girato la testa per salutare la bandiera. Il proiettile scalfì il naso, lasciandolo coperto di sangue ma vivo. La folla cercò di linciare la donna, salvata a stento dalla polizia. Mussolini, con un sangue freddo notevole, si fece medicare e tornò in pubblico poche ore dopo con un cerotto sul naso, dichiarando con spavalderia: “Le pallottole passano, Mussolini resta”.
Questo attentato fu cruciale per la propaganda: il Duce venne dipinto come protetto dalla Provvidenza, un uomo magico, invulnerabile. La Gibson, dichiarata insana di mente, passò il resto dei suoi giorni in un manicomio in Inghilterra, dimenticata da tutti ma non dalla storia. L’anno 1926 fu “l’anno dei proiettili”. Pochi mesi dopo la Gibson, l’anarchico carrarese Gino Lucetti attentò alla vita del Duce a Porta Pia. Lucetti, che era tornato appositamente dalla Francia, lanciò una bomba contro l’auto presidenziale. L’ordigno urtò il vetro del finestrino, rimbalzò e finì a terra, ferendo otto passanti ma lasciando Mussolini illeso. Lucetti venne arrestato e condannato. Finì in carcere e solo dopo l’8 settembre 1943 tornò in libertà. Morì però sotto un bombardamento tedesco su Ischia sempre nel settembre del ’43. Ma il colpo di grazia alla democrazia italiana arrivò il 31 ottobre 1926 a Bologna. Durante le celebrazioni per l’anniversario della Marcia su Roma, un colpo di pistola sfiorò il Duce. Il presunto attentatore, il quindicenne Anteo Zamboni, fu immediatamente linciato dalle squadre fasciste presenti (tra cui si distinse Leandro Arpinati). Il corpo del ragazzo, martoriato da decine di coltellate, divenne il simbolo del “nemico interno”. Ancora oggi, molti storici dubitano della colpevolezza del giovane Zamboni, ipotizzando un complotto interno al fascismo o un errore fatale. Tuttavia, per il Regime, l’attentato fu la scusa perfetta per varare l’ultimo pacchetto di “Leggi Fascistissime”: con lo scioglimento dei partiti, l’istituzione del Tribunale Speciale e della pena di morte per i reati contro lo Stato. Negli anni Trenta, l’antifascismo militante comprese che Mussolini poteva essere abbattuto solo con azioni di “commando” provenienti dall’esterno. Michele Schirru, sardo emigrato negli Stati Uniti, tornò in Italia nel 1931 con l’ossessione di eliminare quello che definiva il “macabro despota”. Schirru era un uomo colto, convinto che il tirannicidio fosse un atto di igiene sociale. Tuttavia, la rete di spie dell’OVRA lo individuò in un albergo romano. Prima di essere catturato, Schirru tentò il suicidio sparandosi, ma sopravvisse per essere processato e fucilato. La sua esecuzione fu un messaggio chiaro a tutti gli esuli: lo Stato fascista non avrebbe avuto pietà. L’anno successivo, nel 1932, Angelo Sbardellotto arrivò dal Belgio con lo stesso intento. Anche lui fu tradito da una soffiata e catturato prima di agire. Sbardellotto rifiutò di chiedere la grazia, dichiarando fieramente la sua intenzione di colpire il Duce per vendicare le sofferenze del popolo. Questi “giustizieri solitari” rappresentarono la punta di diamante di un malcontento sotterraneo che il Regime non riuscì mai a spegnere del tutto.
