Moschea di Et’hem Bey, Tirana, Piazza Scanderbeg 1789-1823. (Foto dell’autore)
La conversione all’Islam nell’Albania moderna resta ancora piena di punti da chiarire sul piano storico e sociale. L’identità del popolo albanese contiene l’Islam come uno degli elementi possibili, ma non si riduce in alcun modo ad esso, anzi, è stata l’integrazione e il sincretismo culturale a rappresentare una forza sempre rinnovata e trasformativa che ha permesso agli albanesi di permanere, pur in un areale territoriale tutto sommato ristretto rispetto alla propria presenza storica attestata. La creazione dell’ordine istituzionale islamico nei territori annessi dall’Impero ottomano fu un processo lento ed è generalmente considerato dagli storici albanesi l’inizio di un’epoca di decadenza, quella dei cinque secoli di dominio ottomano. Costruire e imporre un ordine normativo nelle relazioni tra musulmani e non musulmani fu l’elemento conseguente, assolutamente necessario per un impero multinazionale e multiconfessionale, così come l’istituzione di un sistema di tassazione basato sul discrimine religioso, che senza dubbio fu un elemento determinante che condusse molti balcanici in generale all’Islam.
Il metodo di Richard W. Bulliet
Il saggio Conversion to Islam in the Medieval Period di Richard W. Bulliet è stato uno studio fondamentale per la diffusione di questa religione e i suoi metodi sono in grossa parte applicabili anche all’ambito balcanico in generale e albanese in particolare. La sua finalità era proprio quella di generare un discussione e l’idea di prendere in prestito i suoi metodi per parlare di Albania è assai utile al fine di uno studio rigoroso, come del resto ha indagato già lo studioso bulgaro di cose ottomane Evgeni Radushev. Essendo la società albanese essenzialmente una società post-ottomana, la sua analisi, anche contemporanea, può partire da assunti simili a quelli dell’analisi storica di altre nazioni dal medesimo destino. L’Accademia bulgara delle Scienze ha svolto un ruolo di grande spessore per lo studio dell’islamizzazione nei Balcani d’epoca ottomana, ma ancora molto materiale mai seriamente analizzato attende ancora studi specialistici. Attraverso lo studio di un numero scientificamente adeguato di petizioni di conversione è stato possibile estrarre dati significativi al fine di elaborare uno spaccato che consenta, con interezza geografica e culturale, di parlare dell’Albania ottomana e delle sue dinamiche di passaggio confessionale. Chiaramente non esiste una singola dinamica di questo processo, che proseguì per secoli in zone e circostanze assai diversificate, si deve dunque immediatamente chiarire che la conversione all’Islam non è un singolo processo, ma un insieme di processi distinti. Uno dei primi processi, peraltro molto presente nell’immaginario collettivo, è quello della conversione sociale, o di comodo, senza dubbio assai praticata dagli albanesi per integrarsi nelle élite ottomane e tentare un’ascesa sociale. Se la conversione è il passaggio da una comunità sociale definita religiosamente a un’altra, bisogna mettere l’accento sull’autorappresentazione culturale di sé, la preminenza dell’identificazione sociale sopra il dato spirituale personale, utilizzando i due assiomi che Bulliet ha utilizzato per la Persia: Il fatto che le aspettative del convertito sulla sua nuova religione debbano essere parallele alle sue aspettative sulla sua vecchia religione e, tralasciando i convertiti sinceri, il fatto che nessuno si converte volontariamente se la conseguenza è l’abbassamento del proprio status sociale.
Identità e nazionalismo
La storiografia nazionalista albanese è piuttosto monolitica nel presentare l’Albania come terra di costante ribellione allo straniero, fatto non del tutto fittizio, giacché proprio qui ebbero luogo le più grandi e gravi rivolte a danno dell’Impero ottomano, ma grandemente enfatizzato per scopi politici. Negli anni ’70 dello scorso secolo lo storico orientalista kosovaro Hasan Kaleshi ha provato a proporre una prospettiva differente, considerando il dominio ottomano come un fenomeno positivo, senza il quale il popolo albanese sarebbe senz’altro stato slavizzato e grecizzato. C’è da dire però che le zone montane, che sono tecnicamente isole, come ci ricorda Fernand Braudel, restarono a lungo, talvolta fino ad oggi, luoghi culturalmente isolati, dove il potere statale uniformante degli impero non arrivava. Proprio questi villaggi montani, sovente ancora oggi a maggioranza cristiana ortodossa, venivano considerati luoghi selvaggi, abitati da miscredenti e violenti, come ricorda una cronaca del viaggiatore ottomano Evliya Çelebi (XVII secolo), che lamentava il fatto che gli albanesi delle montagne Kurvelesh e Progonat combattevano contro altri albanesi musulmani facendoli prigionieri. Il momento cruciale per la definizione dell’identità islamica è stata il XVI secolo, che vide l’affermarsi di una classe dirigente, spesso in continuità con la divisione feudale e tribale precednete, sia civile che militare, fortemente legata al potere ottomano. Malgrado ciò, il grosso delle conversioni si ebbero, paradossalmente, più tardi, quando gli schiaccianti successi militari ottomani portarono la garanzia di potere e prestigio; per arrivare all’inversione di tendenza nel tardo XVII secolo, quando la Lega Santa penetrò nel territorio balcanico ottomano lanciando una controffensiva che radicalizzò i cristiani dei Balcani e li spinse a desideri di rivolta. In ogni caso la conversione fu un fenomeno importante e duraturo, addirittura ridisegnò i confini delle classi sociali e dell’appartenenza etnica, favorendo l’elemento confessionale sopra ogni altro, fatto che condusse anche ad uno stemperamento del dato etnolinguistico, tale da oscurare l’identità primigenia dei soggetti, con grande confusione per lo storico che volesse indagarli. In questo medesimo contesto si generò il fenomeno della solidarietà etnica, così, almeno agli alti livelli, abbiamo traccia di bosniaci e albanesi che tentano di spianare la strada ai propri “connazionali” a detrimento delle altre etnie sentite come avversarie o comunque in competizione. Si pensi all’intricata situazione del XVI secolo, quando il gran visir Sinan Paşa venne accusato da Mustafa Alì da Gallipoli di sostenere una cricca di albanesi nell’esercito e nell’amministrazione statale, mentre lo stesso Alì, del resto, cercava di agevolare una propria cricca di “compatrioti” bosniaci come del resto facevano i suoi patroni Lala Kara Mustafa Paşa e Mehmed Sokollu Paşa, bosniaci anch’essi. A proposito del senso di appartenenza etnico come elemento più forte, o comunque precedente all’obbedienza verso l’entità statale, pare che Sinan Paşa trattò favorevolmente l’albanese, suo parente, Bartolomeo Bruti, catturato nel 1579 e accusato di tradimento. Il senso di fratellanza tra questi parenti albanesi, se pur divisi tra due Stati molto differenti, uno suddito del Sultano e l’altro del Doge, era talmente radicato che il Bruti, dopo essere stato liberato, tornò ad Istanbul dove aveva moglie e proprietà immobiliari, sicuro di essere protetto dal potentissimo “compatriota” Sinan. Questa vicenda non deve farci pensare ad una coscienza nazionale in senso contemporaneo, piuttosto ad una sorta di parentela allargata, presso una popolazione tutto sommato dai numeri esigui, legata da concezioni claniche che mostrano una vera società tribale, fatta di famiglie allargate abituate ad amministrarsi e a difendersi da sole, una struttura sociale che nel XX secolo restava, ridotta, nella patria ancestrale del popolo albanese: le montagne del nord, a cavallo tra gli odierni Kosova e Macedonia.
La questione dei nomi
A proposito dei neoconvertiti, è difficile capire davvero la loro consistenza, dato che l’unico dato che possiamo utilizzare è quello dei nomi adottati, dove troviamo generalmente cinque nomi chiaramente islamici: Muhammad, Ahmad, Ali, al-Hasan e al-Husain, ma anche nomi biblici o coranici che mostrano l’influenza dell’Islam. Secondo la pratica ottomana i nuovi convertiti venivano registrati con il loro nuovo nome musulmano e il nome cristiano del padre, ad esempio, “Mustafa, figlio di Pietro”. Entro la fine del secolo, però, il nome cristiano del padre fu sostituito da bin Abdullah (che si traduce con “figlio del servo di Dio”). Quindi, per stabilire il numero esatto di nuovi musulmani in una certa area, il ricercatore deve solo contare le persone registrate nei documenti come figlie di Abdullah.
Rivisitazione del metodo di Bulliet
Sulla conversione all’Islam sarebbe opportuno partire dal metodo di Bulliet, pietra angolare di questo campo di studi. Probabilmente il grosso delle conversioni balcaniche avvennero anzitutto sui monti Rodopi tra la Bulgaria e la Grecia negli anni ’60 del XV secolo, un’area che tradizionalmente è stata associata ad una forte aggressività turca con le conversioni forzate, ma la cosa andrebbe rivista sotto altre lenti, poiché è figlia di una storiografia balcanica schiettamente anti-turca. Possiamo dire che la diffusione dell’Islam nei Balcani ha la sua genesi qui, unitamente alle esperienze anatoliche di carattere esoterico che influirono molto sulla tipologia di concezione religiosa che fu istituita in Albania e in Bosnia, rappresentando un elemento sociale e politica, ancor prima che religioso, dal punto di vista storico, non vogliamo comunque umiliare l’elemento che inerisce in modo completo alla fede personale, senza il quale nessuna religione organizzata può sopravvivere a lungo. Proprio da queste minime specifiche qui esposte sarebbe opportuno dunque iniziare a muoversi nell’ambito di una più approfondita storia dell’islamizzazione dell’Albania.
Fonti
R. W. Bulliet, Conversion to Islam in the Medieval Period, Harvard University Press, Harvard, 1979.
N. Malcolm, Agenti dell’Impero, Hoepli, Milano, 2015.
E. Radushev, The Spread of Islam in the Ottoman Balkans: Revisiting Bulliet’s Method on Religious Conversion in Archiv orientální, Praga, n. 78, gennaio 2010.
O. J. Schmitt, Gli albanesi, Il Mulino, Bologna, 2020.
