A proposito dell’artiglieria ottomana e della sua influenza nell’areale islamico è stata necessaria un’importante revisione storiografica circa l’adozione delle armi pirobalistiche da parte della Sublime Porta, smantellando il pregiudizio di un presunto “conservatorismo” tecnologico di matrice religiosa. Fin dal XIV secolo, l’Impero ottomano manifestò infatti uno spiccato pragmatismo, sfruttando le competenze tecniche dei Balcani e l’apporto di esperti occidentali per integrare cannoni e moschetti nel proprio apparato bellico in modo efficace e determinante.
Resistenza e trasmissione culturale
Questo processo non fu privo di resistenze interne, ma queste ebbero natura squisitamente sociopolitica: se i Giannizzeri seppero dotarsi in fretta di armi da fuoco come forza specialistica di fanteria, la cavalleria per così dire “feudale” dei sipahi osteggiò a lungo l’innovazione, dotandosi di pistole solo nel XVII secolo, al fine di preservare i propri privilegi e l’ideale eroico dello scontro. Tuttavia, la centralizzazione della produzione bellica presso la fonderia imperiale di Istanbul (Tophane) e la capacità di fondere bocche da fuoco di calibro monumentale direttamente sui campi d’assedio garantirono agli ottomani una superiorità notevole sin dagli anni ’50 del XV secolo, sfoggiando una competenza notevole già durante la conquista di Costantinopoli, dove furono forgiati cannoni di calibro gigantesco grazie al rinnegato ungherese Orban. Le popolazioni balcaniche rappresentarono sempre un punto di incontro tra le scelte belliche orientali ed europee. Ragusa fu fondamentale centro di fonderia di cannoni, che venivano esportati un po’ ovunque, facilitando il trasferimento tecnologico dall’area occidentale a quella islamica, dove inizialmente, in effetti, la conoscenza degli occidentali fu fondamentale per l’acquisizione delle tecniche.

Ricostruzione in scala di un cannone ottomano dal calibro gigantesco
e delle sue palle datato sec. XV, presumibilmente molto simile a quello
utilizzato durante l’assedio di Costantinopoli e conservato presso il museo
di Fort Nelson, Hampshire, Regno Unito
(fonte: Guerau Hernandez, www.artstation.com/artwork/Kev31G).
Il potere geopolitico della diffusione delle armi pirobalistiche.
L’impiego sistematico dell’artiglieria e della tattica del Wagenburg (il campo trincerato di carri già utilizzato in ambito hussita) alterò definitivamente gli equilibri regionali, permettendo il rapido assoggettamento dei Mamelucchi in Egitto, che non avevano avuto abbastanza coraggio nel dotarsi di armi pirobalistiche, malgrado l’esperimento con la creazione di reparti di fucilieri sudanesi, e il contenimento dei Safavidi in Persia, entrambi legati a modelli militari più arcaici. L’adozione delle armi da fuoco fu percepita come un elemento sovversivo poiché minacciava le gerarchie aristocratiche basate sul valore individuale del cavaliere addestrato dotato di una costosissima panoplia, che poteva in tal modo venir abbattuto da un fante anche scarsamente addestrato e assolutamente replicabile. L’arma da fuoco fu dunque destabilizzante, ma anche volano di espansione territoriale e uno strumento di consolidamento del potere del Sultano, capace di trasformare radicalmente la struttura sociale e politica dell’intero mondo islamico alle soglie della modernità ed esportando il modello sin nell’Oceano indiano e in Africa orientale, luoghi dove ottomani e mamelucchi ebbero modo di scontrarsi coi portoghesi in guerre importanti ma poco note.

Un giannizzero con moschetto, un pasha a cavallo e una batteria di cannoni in una rappresentazione pittorica dell’assedio di Esztergom di Sebastian Vrancx, (1543).
Bibliografia
Babinger Franz, Maometto il Conquistatore, Einaudi, Torino, 1967.
Cipolla Carlo Maria, Vele e cannoni, Il Mulino, Bologna, 2011.
Pedrinzani Moreno, L’artiglieria ottomana e la sua influenza nell’areale islamico, in Metodo, n. 41, Lucca, Giovanni Armillotta, Luglio 2025.
