Al termine della Prima guerra mondiale la “Conferenza di pace” aveva ridisegnato i confini geopolitici di molti paesi europei. Per mettere in atto le decisioni prese a Parigi i paesi vincitori convennero di dar vita il 13 dicembre 1919 alla Conferenza degli Ambasciatori. Si trattava di un consesso che si prese in carico “le questioni dei dettagli”. La Conferenza degli Ambasciatori ebbe il suo primo incontro il 26 gennaio 1920. Tra i dossier alquanto spinosi ereditati si trovò a dover lavorare ad un protocollo nel quale si cercava di stabilire le linee di confine tra l’Albania e la Grecia. Ma né greci, né albanesi erano soddisfatti del risultato raggiunto.Fu così che dopo una lunga querelle diplomatica finalmente il 7 marzo del 1922 giunse in Grecia la delegazione affidata al Generale italiano Enrico Tellini.
Questa, dopo l’inverno, tornò ad operare e fu sul campo nell’estate del 1923.L’area geografica in cui la Commissione di Delimitazione a guida italiana stava lavorando era famosa per il dilagante banditismo di entrambe le popolazioni. A causa della asprezza della regione e delle divisioni religiose locali, il potere sia della gendarmeria greca che albanese era limitato.In questo ambiente il Generale Tellini informò le delegazioni greche ed albanesi che il 27 agosto avrebbe fatto una ricognizione nella Drin Valley. Si sarebbero incontrati alle 9 al posto di frontiera di Kakavia. Ad organizzare tutto pensò il delegato greco della missione, il Colonnello Dimitrios Botzaris. Ordinò che gli ufficiali addetti ai rilievi topografici e di collegamento si sarebbero incontrati alle 8.00 a Kakavia dove avrebbero trovato i cavalli utili alla missione.La mattina stabilita del 27 agosto, alle 5.30, la delegazione albanese aprì il convoglio di auto da Gianina a Kakavia. La delegazione greca, composta dal Colonnello Botzaris e dal Capitano Tsinganos, si aggiunse alle 6.00. Infine arrivarono gli italiani – il Generale Tellini, il Maggiore Corti (il medico della spedizione), il Tenente Mario Bonaccini, aiutante di campo di Tellini, l’autista Farnetti Remigio, e l’interprete albanese, Thanassi Gheziri, un Epirota di Leskovik.Un misterioso incidente accadde poco dopo la partenza e non venne mai riportato nei commenti successivi della stampa greca. Circa 45 minuti dopo aver lasciato Gianina la Ford del Colonnello Botzaris ebbe un guasto al motore in un luogo tra il sedicesimo ed il diciassettesimo chilometro. In pochi minuti arrivò la Lancia che portava la delegazione italiana. Il Colonnello Botzaris invitò gli italiani a proseguire perché avrebbero riparato l’auto senza problemi.
A quel punto accadde un nuovo fatto assai inquietante. Mentre l’auto greca attendeva le necessarie riparazioni sopraggiunse un’altra automobile. Era quella del nipote dell’Arcivescovo di Gianina che trovò, al contrario dell’auto della delegazione italiana, la vettura dei greci posta al centro della carreggiata, tanto da negarne il passaggio oltre. E così il nipote dell’Arcivescovo tornò indietro.Ripreso il viaggio il Colonnello Botzaris alle 10 circa arrivò a Zepi che stava tra il cinquantatreesimo e il cinquantaquattresimo chilometro sulla strada tra Gianina e Kakavia. Questo era il punto dove la strada svoltava e attraversava un bosco incredibilmente folto e oscuro. Proprio in quel luogo egli si trovò, come egli scrisse nel proprio rapporto, “davanti un tragico spettacolo”.Il Generale Tellini, il Maggiore Corti, il Tenente Bonaccini, l’autista Farnetti e l’interprete Gheziri era stati trucidati. Dopo il passaggio dell’auto albanese in avanguardia gli assassini avevano sbarrato la strada con alcuni rami di alberi in un punto della strada dove una manovra sarebbe stata difficile. Così la Lancia italiana era stata obbligata a rallentare e a fermarsi. Questo fatto mostrò senza ombra di dubbio che l’imboscata era stata chiaramente preparata.Secondo le prime indiscrezioni, che poi divennero certezza investigativa, alcuni militari greci udirono dalle 30 alle 40 detonazioni in rapida successione. Il maggiore medico Corti era l’unico ed essere rimasto a bordo. Ucciso molto probabilmente dalla prima raffica di colpi. Gli altri quattro invece erano riusciti a scendere e giacevano scomposti nei pressi dell’auto. Tutti tranne il Generale Tellini, che aveva percorso oltre venti metri per poi finire colpito a morte nella cunetta ai lati. Compresa l’enormità del crimine il Colonnello Botzaris immediatamente tornò indietro a Han Delvinaki, a circa 5 chilometri. Fu ordinato di dare la caccia ai colpevoli e tutti i posti di frontiera furono allertati. Inspiegabilmente alla delegazione albanese fu richiesto di rimanere a Kakavia e nessuna ragione di questo ordine fu fornita. Gli albanesi ufficialmente non furono informati dei fatti fino alla mattina seguente: 28 agosto. Nel pomeriggio del 27 gli alberi che gli assassini avevano usato per chiudere la strada vennero bruciati dai soldati delle postazioni greche vicine, benché non avessero bisogno di legna da ardere per scaldarsi essendo a fine agosto. Il primo ufficiale italiano ad apprendere della strage fu Andrea Liverani, il segretario del console italiano, che fu informato dal Colonnello Platis su ordine del Governatore Generale. Nel giro di due ore il Colonnello Platis, Andrea Liverani, il Procuratore di Gianina, il Magistrato Esaminatore, il signor Constantinidis, partirono per Zepi, dove arrivarono alle 18.30. E in quell’istante e solo in quel momento – e comunque dopo quasi nove ore dall’eccidio – si incominciò l’esame preliminare della scena del delitto. L’esame condotto stabilì che nessun valore delle vittime era stato portato via. Soldi, orologi, documenti e quant’altro era presente sui cadaveri e nella Lancia. Il furto fu escluso come motivo del crimine e furono escluse le bande che da giorni scorrazzavano nella zona rapinando chiunque. Le indagini si spostarono sul “crimine politico”. Un esame dell’area circostante da parte del Colonnello Platis portò alla scoperta di bossoli di cartuccia di un fucile tedesco. Una traccia e delle impronte che si dirigevano dalla scena del crimine verso il confine albanese furono seguite e perse nel folto bosco. Secondo il Colonnello Platis gli assassini potevano essere otto o nove e aver usato quella stessa pista sia per fuggire che per avvicinarsi.
In tutta fretta venne redatto dai greci un rapporto nel quale si affermava “che il crimine era stato pensato ad Argirocastro (Albania) ed eseguito da assassini su istigazione di persone albanesi ed eventualmente da autorità albanesi”. Gli albanesi sdegnosamente rimandarono al mittente l’accusa. A Roma nel frattempo accadde l’impensabile. Mussolini, da ottobre del 1922 Presidente del Consiglio dopo la Marcia su Roma, non ricorse alla Società delle Nazioni e non investì della cosa la conferenza interalleata alle cui dipendenze era stata la commissione. Non si consultò con Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Giappone, ma telegrafò all’ambasciatore italiano ad Atene incaricandolo di chiedere al governo greco alcune riparazioni, definite da lui le “minime compatibili colla gravissima offesa di cui la Grecia si è resa responsabile verso l’Italia” e da ottenere entro ventiquattro ore. Si trattava di un vero e proprio ultimatum nel quale il governo italiano chiese: le scuse ufficiali da parte del governo greco nella forma più ampia e formale; una solenne cerimonia funebre per le vittime, da svolgere ad Atene; gli onori alla bandiera italiana e per essa a una squadra navale nel porto di Falero; lo svolgimento di una severissima inchiesta; la punizione capitale di tutti i colpevoli; un’indennità di cinquanta milioni di lire; gli onori militari alle salme all’atto del loro imbarco per l’Italia. Il governo ellenico accettò solo in parte le richieste ma chiuse poi la porta. La stampa italiana nel frattempo aveva inaugurato una campagna antiellenica e il paese insorse. Ovunque si ebbero manifestazioni che si trasformarono in tripudio alla notizia dell’ordine da parte di Mussolini di occupare militarmente l’isola di Corfù. Lo sbarco ebbe inizio il 31 agosto e fu accompagnato – il 29 agosto – da un breve, ma sanguinoso, bombardamento navale, che causò la morte di una decina di profughi dell’Anatolia accolti nella vecchia fortezza. Come era prevedibile, il grave atto suscitò in tutto il mondo una vasta e sfavorevole eco. Nessuno però aveva intenzione di creare una escalation e Londra si affrettò a gettare acqua sul fuoco. Il 27 settembre, avendo la Grecia adempiuto alle richieste sottopostele, Corfù fu sgomberata e l’incidente chiuso. Nel frattempo il 22 settembre si erano tenuti a Roma i solenni funerali delle vittime. Le salme viaggiarono su un treno che da Taranto raggiunse Roma a bassa velocità, con le stesse modalità del treno che nel 1921 aveva portato nella capitale i resti del Milite Ignoto.
La redazione
