

L’epopea del 100° Battaglione e del 442° Reggimento di Fanteria statunitensi (Nisei), l’unità nippoamericana che combatté con coraggio in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, è una storia complessa e unica. Richiede di essere narrata a partire da un concetto fondamentale della cultura nipponica: “hagi”, che significa “vergogna”. Per i soldati Nisei (figli di immigrati giapponesi nati in America e madrelingua inglese ), l’hagi era la parola più temuta. Fu così che ogni militare Nisei impiegato sui fronti in Europa combatteva per impedire che la vergogna ricadesse su di sé e, per estensione, sull’onore ancestrale delle proprie famiglie. Questa potente motivazione contribuì a rendere queste unità straordinarie: non si registrò alcun caso di diserzione o disobbedienza agli ordini. Ma come si giunse alla scelta di far partecipare alla guerra un contingente di americani di origine nipponica? La decisione di questi giovani di arruolarsi per dimostrare la loro lealtà agli Stati Uniti fu inquadrata in un contesto di profonda ingiustizia e discriminazione. Nel dicembre del 1941, subito dopo l’attacco a Pearl Harbor, la comunità di nippoamericani fu internata e privata della libertà e dei beni di proprietà. Nonostante i servizi segreti americani non avessero trovato prove di spionaggio da parte di cittadini di origine nipponica, la paura e l’odio razziale, specialmente in California, portarono il Presidente Roosevelt a firmare, il 19 febbraio 1942, l’Ordine Esecutivo Numero 9066. Questo decreto sancì l’allontanamento forzato di circa 120.000 nippoamericani dalle loro case e attività sul continente, rinchiudendoli in dieci campi d’internamento sorvegliati. Ben il 62% degli internati erano Nisei o Sansei (terza generazione), ovvero cittadini americani per nascita. I cittadini furono etichettati come “stranieri nemici” e dovettero affrontare privazioni, razioni misere di 45 centesimi al giorno per persona, e l’impossibilità di riottenere i loro beni. Sebbene l’internamento sia stato dichiarato anticostituzionale dalla Corte Suprema solo nel dicembre 1944, con i cittadini che iniziarono a uscire nel gennaio 1945 , le scuse ufficiali e i risarcimenti per i danni subiti sono giunti solo a partire dagli anni ’80. In questo contesto di segregazione dalle isole Hawaii furono in molti americani-nipponici a chiedere a gran voce di combattere per il proprio paese: gli Stati Uniti. Non fu facile superare le diffidenze, le paure, ma anche l’odio che questi cittadini subivano e sentivano dalle autorità statunitensi. Alla fine però Washington decise di inviare due unità in Europa a combattere i tedeschi. Nessuno sul campo si pentì di questa scelta che fu interamente pagata dai nippo-americani. E questi, che scelsero di combattere lo fecero con un coraggio estremo, e alla fine l’unità, composta da poco meno di 5.000 soldati, ricevette la cifra sbalorditiva di 18.143 decorazioni individuali. Tra queste, ben 9.486 Purple Heart (medaglie per i feriti) e 650 morti in combattimento. Questo eccezionale bilancio valse al 100° Battaglione e al 442° Reggimento il titolo di unità più decorata di tutta la Seconda Guerra Mondiale, considerando tutti gli eserciti e tutti gli scenari bellici. Per questo motivo, il 100° Battaglione, che era partito prima, mantenne il suo nome anche quando fu aggregato al 442° Reggimento, diventando il 100° Battaglione/442° Regimental Combat Team. Il Reggimento Nisei fu impiegato su alcuni dei fronti più difficili, dovendo combattere una “doppia battaglia”: non solo contro i nazifascisti, ma anche contro l’odio razziale dei commilitoni americani. Nonostante l’iniziale diffidenza, persino da parte del Generale Eisenhower (che aveva sdegnosamente rifiutato l’unità), i Nisei furono voluti dal Generale Clark della 5ª Armata statunitense, che si fidò del loro valore. In Italia, il 100° Battaglione giunse a fine settembre del 1943 e fu impegnato duramente sin dall’inizio. I Nisei combatterono a Cassino, dove furono lanciati contro le rovine della cittadina in una battaglia che li vide stremati e decimati. Dopo la presa di Roma, il 100/442 fu fondamentale nella risalita della Toscana nell’estate del 1944, contribuendo a liberare città come Livorno e Pisa. Ma l’impresa più celebre in Italia fu nello sfondamento del settore tirrenico della Linea Gotica, nell’Operazione Second Wind, a partire dal 5 aprile 1945. L’audace e abile attacco del 442° distrusse, in soli quattro giorni, le posizioni che avevano resistito agli sforzi degli Alleati per cinque mesi. L’avanzata portò alla conquista di postazioni chiave come Monte Grosso, che sovrasta Aulla, e all’ingresso trionfale a Massa, Carrara, Genova, Alessandria e Torino. Ad Aulla, i Nisei furono accolti dalla popolazione civile con i fiori. Non va dimenticato che nell’ottobre del 1944 i Nisei vennero inviati sul fronte merionale della Francia. Qui affrontarono un “bagno di sangue” sui monti Vosgi in Francia. La loro missione più iconica fu il salvataggio del “battaglione perduto” della 36ª Divisione americana (Texas). Dopo quattro giorni di durissimi combattimenti, il 100/442 riuscì a liberare 230 fanti della Divisione Texas, pagando un prezzo altissimo: quasi 400 soldati furono persi tra morti, feriti e dispersi. Il 3° Battaglione uscì dall’operazione decimato, con alcune compagnie ridotte a una manciata di uomini validi. Per questo atto di eroismo, il 3° Battaglione ricevette la Distinguished Unit Citation. I Nisei furono anche tra le unità avanzate che, nel movimento finale verso la Germania, entrarono in contatto con i sopravvissuti della Marcia della Morte e con i prigionieri dei campi di concentramento secondari a Dachau. La loro storia rimane un simbolo di come la lealtà e l’onore possano trionfare sull’ingiustizia e sulla discriminazione razziale.
