DARPA, «Defense Advanced Research Projects Agency»

Tra le 20:00 e le 21:00, mentre gli ospiti si rilassavano, von Braun si avvicinò a McElroy insieme a Medaris e al Segretario dell’Esercito Wilber Brucker dicendo: “Signor Segretario, abbiamo appena appreso che i sovietici hanno lanciato un satellite. È un momento critico per l’America”. Von Braun insistette ponendo l’accento sulla minaccia strategica: “Se i russi possono lanciare Sputnik, possono lanciare missili nucleari su di noi”, e poi parlò del fatto che l’esercito era pronto a rispondere: il razzo “Jupiter-C”, basato sul “Redstone”, era già stato testato ed era in grado di mettere in orbita un satellite entro 60 giorni, quindi entro dicembre 1957.

McElroy ascoltò attentamente, visibilmente scosso, e chiese dettagli tecnici. Von Braun rispose:

“Il nostro razzo ha già volato per 500 miglia in agosto. Aggiungiamo gli stadi superiori e un payload scientifico, ci sono costi minimi e basso rischio”. Medaris, più cauto, estese la previsione a 90 giorni per maggiore sicurezza, ma appoggiò von Braun. McElroy conclude: “Sembra fattibile. Dobbiamo agire velocemente per non perdere altro terreno”. E promise di discuterne direttamente con il Presidente Eisenhower. La conversazione durò in tutto circa 30–45 minuti. McElroy ringraziò per l’ospitalità e partì da quella cena assolutamente impressionato. In privato, von Braun confidò a Ernst Stuhlinger e William Rees: “Abbiamo la sua attenzione, ora tocca al Pentagono”.

Sebbene fosse ufficiale il fatto che le due superpotenze stessero lavorando congiuntamente sul possibile uso di satelliti geostazionari per il patto di collaborazione scientifica internazionale noto come International Geophysical Year, negli USA non avrebbero mai immaginato che l’URSS sarebbe stata la prima ad andare nello spazio. La piccola sfera metallica che attraversò il cielo sopra l’America non rappresentò soltanto la conquista simbolica dello spazio da parte dell’URSS, ma il segno tangibile di una superiorità tecnologica imprevista, capace di minare la fiducia statunitense nella propria leadership scientifica. Come se non bastasse, un mese dopo i sovietici mostrarono di nuovo la propria superiorità inviando nello spazio il satellite Sputnik 2, con a bordo il primo essere vivente, una cagnolina di nome Laika.

Il successo sovietico non era sato solo scientifico, ma implicava anche la capacità di lanciare missili balistici intercontinentali (ICBM). Ciò sollevò profonde preoccupazioni per la sicurezza nazionale americana, poiché significava che il territorio statunitense non era più immune da un potenziale attacco nucleare sovietico. La dimostrazione di forza alimentò il timore di “perdere tempo” e di rimanere indietro nella Guerra Fredda, spingendo la classe politica e l’opinione pubblica a chiedere una reazione immediata.

Per questo motivo venne perfino coniato un modo di dire, talvolta usato anche oggi: “sputnik moment”, proprio per indicare un evento decisivo, spesso inaspettato, che evidenzia un’arretratezza ed una minaccia in un’area tecnologica o strategica, suscitando un bisogno urgente di innovazione e risposte. Oggi, l’espressione “sputnik moment” viene utilizzata per descrivere situazioni in cui un’innovazione inattesa o la performance superiore di un concorrente (spesso da un altro paese) costringe un paese o un settore a riconoscere il proprio ritardo e a investire massicciamente per colmare il gap.

In una lettera da poco declassificata, scritta il 21 febbraio 1959 dall’allora scienziato James Van Allen (famoso per la scoperta delle fasce di radiazione terrestri che portano il suo nome), allora Professore presso il Dipartimento di Fisica della State University of Iowa, all’attenzione del dr. Killian della segreteria dell’allora Presidente USA, si può perfino trovare l’invito a divulgare certe scoperte scientifiche nonostante la segretezza di esperimenti nucleari segreti (come la detonazione di ordigni ad alta quota – Operazioni “Argus” e “Fishbowl” per testarne gli effetti elettromagnetici, ma non solo), il tutto al fine di non essere di nuovo “sputniked”, ovvero umiliati, agli occhi del mondo. 

“Se non lo facciamo [non declassifichiamo i risultati, nda] gli Stati Uniti saranno molto probabilmente di nuovo ‘Sputniked’ agli occhi del mondo dai Sovietici”

Questo documento è una fonte primaria eccellente e dimostra come il verbo “Sputniked” fosse entrato rapidamente nel vocabolario interno dei decisori e degli scienziati americani per indicare l’essere colti alla sprovvista e sconfitti in termini di prestigio internazionale e superiorità tecnologica.

Quello “shock dello Sputnik” provocò una risposta immediata e strutturale. Il presidente Dwight D. Eisenhower comprese che la superiorità tecnologica costituiva ormai una condizione essenziale della sicurezza nazionale. Per questo motivo venne istituita la NASA. Ma al fine di evitare in futuro altre “sorprese tecnologiche”, istituì nel febbraio 1958 l’Advanced Research Projects Agency (ARPA), con il compito di coordinare e promuovere ricerche scientifiche d’avanguardia per la difesa.  ARPA fu concepita come un’agenzia di piccole dimensioni, flessibile, capace di agire rapidamente e di assumersi rischi elevati – una struttura “anti-burocratica” all’interno del Dipartimento della Difesa, dotata di fondi indipendenti e di ampia autonomia decisionale. Tra i primissimi dirigenti si trova, tra l’altro, Lawrence Preston Gise, nonno del fondatore di Amazon Jeff Bezos.

Nei primi anni, l’agenzia ebbe un mandato ampio e sperimentale. Le sue attività spaziavano dal programma spaziale – inizialmente gestito da ARPA prima del trasferimento alla neonata NASA nel 1959 – alla ricerca missilistica e alla fisica delle alte energie. Già nel suo atto fondativo si leggeva che la missione dell’agenzia era quella di “mantenere la leadership degli Stati Uniti nella scienza e nella tecnologia applicata alla sicurezza nazionale”. In questa definizione risuonava l’idea di una scienza militare non solo reattiva, ma proiettata verso l’innovazione radicale: anticipare il futuro per controllarlo.

Gli Stati Uniti aumentarono drasticamente i fondi per la ricerca e lo sviluppo (R&D) in campo aerospaziale e missilistico. Questo portò allo sviluppo di nuovi programmi, incluso il Programma Apollo, avviato in seguito per portare l’uomo sulla Luna e “sconfiggere” i sovietici nella corsa allo spazio.

Lo spavento causato dal lancio dello Sputnik fu un diretto promotore del “National Defense Education Act” (NDEA) del 1958. Questo programma da 4 miliardi di dollari mirava a rivoluzionare il sistema scolastico americano, incentivando lo studio della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM) per formare una nuova generazione di scienziati e ingegneri in grado di competere con i colleghi sovietici.  I finanziamenti per la National Science Foundation (NSF) e altre istituzioni scientifiche crebbero quindi notevolmente, riconoscendo l’importanza cruciale della scienza e della tecnologia per la sicurezza e il prestigio nazionale.

Il 31 gennaio 1958, circa quattro mesi dopo il lancio degli Sputnik 1 e 2, gli Stati Uniti lanciarono con successo il loro primo satellite, l’Explorer I, anche se, negli anni successiti, a Cape Canaveral si susseguì una lunga sequenza di lanci falliti. Il suo peso totale era di 13,9 kg e conteneva solo pochi strumenti: un contatore geiger e 4 termometri, veramente poco rispetto alle dimensioni dello Sputnik 1, ma era comunque un primo successo, o meglio, una risposta tangibile all’inaspettato strapotere sovietico. Da sottolineare il fatto che, come anticipato in precedenza, Wernher von Braun e il suo gruppo di scienziati – tra i quali spiccavano alcuni ex nazisti di alto livello come l’ex-SS Kurt Debus, arrivato negli USA grazie all’Operazione Paperclip – avevano svolto un ruolo determinante. In realtà gli scienziati statunitensi già dal 1956 sarebbero stati in grado di mettere in orbita dei satelliti, ma la rivalità tra Esercito e Marina di fatto bloccava lo sviluppo coordinato.

Nel 1972, per rafforzare il legame con il Dipartimento della Difesa e sottolineare la dimensione militare complessiva delle sue missioni, l’agenzia assunse il nome definitivo di “Defense Advanced Research Projects Agency” (DARPA). In quegli anni la corsa allo spazio aveva già perso la sua centralità, ma la competizione tecnologica tra blocchi si era spostata su altri fronti: l’elettronica, la miniaturizzazione dei sistemi, la sensoristica, le reti di comunicazione e l’intelligenza artificiale nascente. Accanto a ciò, ovviamente, la partecipazione ad alcuni conflitti da parte degli Stati Uniti aveva accelerato anche aspetti meno intriganti della sua attività, come ad esempio lo sviluppo dei defoglianti lanciati sul “sentiero di Ho Chi Minh”, tra cui l’ormai tristemente noto “Agente Arancio”.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, DARPA fu al centro di alcune delle innovazioni più significative del secolo. Oltre ad ARPANET nel 1969 – ovvero la rete internet – l’agenzia finanziò i primi studi sui sistemi di posizionamento satellitare che, negli anni successivi, sarebbero confluiti nel Global Positioning System (GPS), SIRI, LifeLog (il fratello maggiore di Facebook) il Sistema di Guida Autonoma, oggi parte integrante della vita civile e militare mondiale. Tutte invenzioni che hanno cambiato il mondo, tutti progetti nati con fini militari.

Un altro successo cruciale fu il sostegno ai programmi sulla tecnologia stealth, destinata a ridurre la visibilità radar dei velivoli. Le prime ricerche in questo ambito portarono, negli anni Ottanta, alla realizzazione di prototipi come l’F-117 Nighthawk. DARPA non costruiva direttamente questi aerei, ma finanziava gli studi teorici e sperimentali che li rendevano possibili: materiali radar-assorbenti, modellazione matematica delle superfici, algoritmi di riflessione controllata. Queste innovazioni, sviluppate in un periodo di intenso confronto ideologico e militare, resero l’agenzia un pilastro della supremazia tecnologica americana.

Alla fine degli anni Novanta, la DARPA stava già proiettando la propria attenzione verso le nuove sfide del secolo nascente: la guerra informatica, le reti neurali artificiali, la miniaturizzazione estrema dei sistemi, la biotecnologia e l’integrazione uomo-macchina.  Programmi come Human Performance Augmentation e Information Awareness Office prefiguravano un mondo in cui la distinzione tra umano e tecnologico sarebbe divenuta sempre più sfumata. Il successo di Internet, dei satelliti e dei droni aveva reso la DARPA un attore discreto ma onnipresente nella modernità tecnologica. La sua missione restava immutata: prevenire la prossima “sorpresa tecnologica”. Ma, paradossalmente, in un’epoca in cui le sue invenzioni hanno ormai plasmato la vita quotidiana, la vera sorpresa sarebbe immaginare un mondo senza di essa.

Bibliografia:

  • DOD Directive 5105.15 (7 febbraio 1958);
  • Public Law 85-325 (12 febbraio 1958) “Supplemental Military Construction Authorization (Air Force)”.
  • ARPA Order #1-58 (27 marzo 1958);
  • Discorso sullo Stato dell’Unione di Dwight D. Eisenhower (9 gennaio 1958);
  • Richard J. Barber Associates, DTIC ADA154363, “The Advanced Research Projects Agency, 1958-1974” (1975), Storia ufficiale ARPA;
  • DARPA 60th Anniversary Magazine (1958-2018);
  • DARPA Technical Accomplishments (Vol. 3) (1990) Report DTIC (ADA241680);
  • CRS Report R45088 (2019);
  • Timeline ufficiale DARPA: darpa.mil/innovation-timeline
  • Libri:
  • Paul Dickson, “Sputnik: The Shock of the Century” (2001);
  • Sharon Weinberger, “The Imagineers of War: The Untold Story of DARPA, the Pentagon Agency That Changed the World”, (2017);
  • Annie Jacobsen, “The Pentagon’s Brain: An Uncensored History of DARPA”, (2015);
  • Katie Hafner e Matthew Lyon, “Where Wizards Stay Up Late: The Origins of the Internet”, (1996);
News Reporter
Nato ad Erice (Tp) nel 1972 ma senese "da sempre". Ha frequentato la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Siena laureandosi nel '99 com laude discutendo una tesi dal titolo "Brigate Rosse, partito comunista combattente". Ha collaborato in qualità di ‘cultore della materia’, con la cattedra di Storia dell'Europa e Storia Militare, e con il corso Master "Euromasters" dell'Università di Siena. Nel Marzo 2008 diventa Dottore in ricerca in Storia Contemporanea. È membro di “EvanLab” dal 2021. Ha pubblicato: - M. BORGOGNI-R. BARTALI, Diario e memorie di guerra del marinaio Mario Panfili, 1940-1945, Ed. Cantagalli, 2005. - R. BARTALI, Red Brigades and Moro Kidnapping: secrets and lies, in: A. BULL-A. GIORGIO (a cura di), Speaking Out and Silencing: Culture, Society and Politics in Italy in the 1970s, Legenda 2006; - R. BARTALI, Le Brigate Rosse, una storia della guerra fredda. In: Nuova Storia Contemporanea, Anno X, n. 6, novembre-dicembre 2006; - R. BARTALI, Infiltrati nelle Brigate Rosse, in: AA.VV, Il sequestro di verità, Ed. Kaos, 2008; - R. BARTALI, Red Brigades (1969-1974): An italian phenomenon and a Product of the Cold War, in: Modern Italy, Volume XII, Issue 3-2007; - R. BARTALI, Il Pci e le Brigate rosse, Sta in: AA.VV, Le vene aperte del delitto Moro, Mauro Pagliai, 2008. - R. BARTALI, L’ombra di Yalta sugli anni di piombo: Le origini del fenomeno brigatista nel contesto italiano ed internazionale, Independently published, 2020. - R. BARTALI, «Per il Comunismo, Brigate Rosse»: Analisi storica di un fenomeno italiano, Independently published, 2023. - R. BARTALI, PROJECT STARGATE: THE UNEXPECTED SIDE OF THE CIA: Between ‘Remote Viewing’ and the OoBE, Independently published, 2024. - R. BARTALI, LA CIA COME CI SPIA? ‘Visione a distanza’ e OoBE nei documenti segreti dell’intelligence USA, Tralerighe Ed., 2024.