Per il nazionalismo in senso più ampio, il “bambino” è sempre stato non solo una parte, ma un prototipo del popolo, nel senso che il popolo viene considerato e di conseguenza trattato come un infante da educare, conquistare, sedurre, se occorre ingannare. Il regime fascista, in Italia, si pone l’obiettivo, attraverso un processo di palingenesi (rinnovamento), di creare l’ “uomo nuovo” per la piena realizzazione del suo stesso sistema di valori e piena visione della società. Questo processo dà via a quella che può essere definita una progressiva e infestante fascistizzazione della didattica per instillare, goccia dopo goccia, senso di appartenenza e, soprattutto, adesione naturale al regime.
Antonio Gibelli, nel suo testo “Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande guerra a Salò” (Einaudi 2005), analizza nello specifico la politica educativa del fascismo verso bambini,
ragazzi,giovani, identificando tre aree di azione di indottrinamento: il fascino della guerra, la
visione miracolistica, quasi mitologica della gesta del Duce e la sua natura di guida della nazione con una “paternità diffusa” che riusciva a fare breccia su chi un padre non lo aveva mai avuto o lo aveva perso.
Il fascino della guerra. Il richiamo della guerra per i giovani ha sempre rappresentato la promessa di sottrarsi alle regole della vita quotidiana, di sfuggire alla routine e alle gerarchie
familiari, offrendo un’anticipazione del mondo adulto: il fascino dell’azione bellica contrapposto alla monotonia degli studi. Anche il Mussolini del primo fascismo si rivolgeva alla gioventù interpretando le loro frustrazioni di fronte all’idea di un ritorno alla normalità. Quando negli anni Venti parla del moschetto, sembra presentarlo non solo come un complemento, ma come un antidoto ai libri. “Gioventù italiana! Sii degna del tuo passato e del tuo avvenire. I libri siano l’arma della tua intelligenza, non il veleno che la uccide”, dichiara in un messaggio alle avanguardie studentesche nel 1920. Tutto il fascino del balillismo e dell’avanguardismo si basava sulla contrapposizione tra vita reale, contatto con la natura e avventura, e mondo intellettuale, un contrasto che la guerra ha reso in certo modo paradigmatico.
Le favole del Duce. La versione fortemente idealizzata delle gesta del capo del governo è
profondamente radicata nella rappresentazione e nel discorso pubblico, che si basa sulla
propensione della popolazione a essere attratta dai racconti miracolosi, pur mantenendo una
certa dose di scetticismo, in un modo simile a quello utilizzato nella pubblicità commerciale.
Tuttavia, il regime non può essere ridotto solo a questo aspetto. È innegabile, però, che l’efficacia della sua auto-rappresentazione come un racconto mitico e fiabesco, la sua capacità di coinvolgere il pubblico in un fitto intreccio di immagini e parole che lo solleva da qualsiasi
ancoraggio alla realtà, sono caratteristiche distintive della sua natura.
In effetti, questa fusione completa, questa quasi perfetta intercambiabilità tra realtà e
immaginario, che potrebbe essere interpretata come una totale disconnessione dalla realtà stessa, rappresenta una delle peculiarità del totalitarismo mediatico italiano, e allo stesso tempo, una delle componenti specifiche della tragedia italiana in fase di sviluppo.
Condottiero e padre. Il ritratto di Mussolini come capo e condottiero, ma anche come figura
paterna, emerge attraverso una sapiente regia mediatica, e viene spesso percepito così da
un’infanzia che, in molte circostanze, presenta una profonda carenza di figura paterna a causa
della scomparsa o della lontananza del padre. Gli orfani, cioè i bambini il cui padre è
temporaneamente assente, disperso o scomparso, sono molto numerosi nella realtà e altrettanto presenti nelle pagine della letteratura. L’esperienza della guerra, il peso del lutto e la familiarità con la morte, soprattutto quella dei maschi adulti, diventano un paradigma centrale a cui il fascismo continua a fare riferimento. Questi elementi hanno amplificato la tendenza della letteratura per l’infanzia a rappresentare la morte e l’orfano, consolidando così la loro presenza nelle opere dell’epoca. Osservando le opere letterarie destinate all’infanzia di quel periodo, si nota chiaramente il rinforzo di questa tendenza, pensata per favorire l’identificazione emotiva e soddisfare il bisogno di protezione dei giovani lettori, considerati strumenti efficaci per catturare l’attenzione dei bambini e facilitare l’accesso alla lettura.
Le organizzazioni giovanili. Un altro contributo, utile a comprendere i meccanismi che nella
vita quotidiana delle giovani generazioni erano catalizzatori del processo di fascistizzazione delle masse giovanili, è quello apportato da Gianluca Gabrielli che, nella sua opera “Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento”
(Ombre Corte 2016) , attraverso una ricca tipologia di fonti, fa emergere anche la centralità
dell’ambito extrascolastico e delle organizzazioni giovanili, che sovrapponendosi all’ambito
scolastico, completavano l’opera di attecchimento dell’ideologia fascista attraverso approcci
pedagogici totalitari.
Nell’Opera Nazionale Balilla, l’obbedienza ai superiori, il cameratismo, i rituali militari e
l’affermazione dell’identità virile costituirono gli elementi fondamentali dell’“educazione
impartita”. Il “gioco” della guerra fu istituzionalizzato per tutti i giovani d’Italia, mentre il
principio dell’obbedienza, già centrale nell’istituzione scolastica dell’epoca liberale, divenne ancor più rilevante durante il regime fascista richiamando sempre più il modello militare per la
disciplina infantile. Questa attenzione ossessiva per l’obbedienza cieca emerge chiaramente dal “decalogo del balilla”: I. Sappi che il fascista ed in specie il milite non deve credere alla pace perpetua. II. Le punizioni sono sempre meritate. III. La Patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina. IV. Un compagno deve essere un fratello: 1) perché vive con te; 2) perché ha la tua stessa fede. V. Le armi ti sono state affidate non per sciuparle nell’ozio, ma per addestrarti per la guerra. VI. Non dire mai: “tanto paga il Governo” perché sei tu stesso che paghi, ed il Governo è quello che tu hai voluto e per il quale indossi la divisa. VII. La disciplina è la vita degli eserciti: senza di quella non si hanno soldati ma confusione e disfatta. VIII. Mussolini ha sempre ragione! IX. Il volontario non ha attenuanti quando disobbedisce. X. Una cosa deve esserti cara soprattutto: LA VITA DEL DUCE”.
La sezione femminile dell’Opera Nazionale Balilla era divisa in due gruppi: le “Piccole Italiane”,
comprese tra gli 8 e i 14 anni, e le “Giovani Italiane”, dai 15 ai 18 anni. Secondo l’articolo 7 delle Norme programmatiche e regolamentari per le organizzazioni delle Piccole Italiane e Giovani Italiane, le ragazze dovevano essere preparate per assumere degnamente il ruolo di mogli e madri: la loro formazione doveva concentrarsi sull’apprendimento dell’organizzazione e della gestione domestica, sull’allevamento dei figli e sull’assistenza ai familiari in caso di necessità. La riproduzione e il lavoro di cura erano quindi gli obiettivi principali per le donne in formazione, e queste mansioni erano presentate come cruciali nella costruzione di una patria fascista forte. Ad esempio, nel libro di testo per la quinta classe femminile redatto da Francesco Sapori nel 1935, viene riportato un “Decalogo della Piccola Italiana”: “I. Prega e adoperati per la pace; ma prepara il tuo cuore alla guerra. II. Ogni sciagura è mitigata dalla forza dell’animo, dal lavoro, dalla carità. III. La Patria si mserve anche spazzando la propria casa. IV. La disciplina civile comincia dalla disciplina famigliare. V. Il cittadino cresce per la difesa e la gloria della Patria accanto alla madre, alle sorelle, alla sposa. VI. Il soldato sostiene ogni fatica ed ogni vicenda per la difesa delle sue donne e della sua casa. VII. Durante la guerra la disciplina delle truppe riflette la resistenza morale delle famiglie a cui presiede la donna. VIII. La donna è la prima responsabile del destino di un popolo. IX. Il Duce ha ricostruito la vera famiglia italiana; ricca di figli, parca nei bisogni, tenace nella fatica, ardente nella fede fascista e cristiana. X. La donna italiana è mobilitata dal Duce al servizio della Patria”.
Una strategia efficace. La propaganda fascista era estremamente meticolosa e rigorosa. Ogni scuola in Italia, indipendentemente dalle sue dimensioni o risorse, doveva conformarsi alle direttive provenienti da Roma riguardanti l’arredamento. Le forniture prevedevano una disposizione precisa: il crocifisso, insieme ai ritratti del re e del duce, la bandiera nazionale da esporre durante determinati orari, una targa commemorativa dedicata al Milite Ignoto e il Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918. In aggiunta, vi erano cartelloni didattici, mappe geografiche, ritratti di figure illustri, lavagne di ardesia con porta gessetti, cattedra, banchi, armadietto, attrezzi ginnici e varie illustrazioni per decorare l’aula. Durante la guerra in Africa orientale, ad esempio, era comune trovare una cartina su cui segnalare con spilli l’avanzata dell’esercito italiano.
Quasi tutte le scuole erano dotate di altoparlanti collegati alla radio per trasmettere i discorsi del duce. Le aule erano affollate di alunni, con banchi generalmente in legno a due o tre posti, muniti di un buco per il calamaio di vetro sulla destra. L’inchiostro veniva versato dai bidelli, preparato con polveri fornite dallo Stato. Gli zainetti non erano comuni, ma gli studenti
portavano borse di tela o pelle, o legavano i libri con un elastico, a seconda delle possibilità
economiche delle famiglie.
A partire dall’anno scolastico 1930-1931, nelle scuole elementari venne adottato un libro di testo unico, consentendo allo Stato di esercitare un controllo diretto sull’insegnamento e limitando l’autonomia didattica degli insegnanti, eliminando ogni libertà di scelta. La maggior parte delle pagine, circa il 70% del testo, insieme alla copertina, era dedicata alla propaganda diretta o indiretta del regime fascista, esaltando Mussolini, la sua figura, la storia, le celebrazioni, le opere pubbliche e le gesta dei soldati italiani. Le storie narrate spesso vedevano protagonisti con nomi ispirati ai figli del duce. Il quaderno rappresentava uno strumento cruciale della vita scolastica, con due tipologie distintive: il quaderno di bella copia, dalle copertine più sobrie e in carta di qualità superiore, e quello di brutta copia, riconoscibile per le copertine più decorate e la carta meno pregiata. Le illustrazioni presenti nei quaderni spaziavano tra soldati e legionari romani, imprese in Etiopia, e temi patriottici, con collezioni speciali dedicate alla Marina o all’Aviazione italiana.
I ragazzi dovevano tener conto di tre calendari differenti: quello civile che iniziava il 1° gennaio,
quello scolastico che partiva da settembre e quello fascista che utilizzava numeri romani, obbligatorio in tutti i documenti ufficiali e che iniziava il 28 ottobre 1922, segnando
l’anno I dell’Era Fascista. Nei libri di testo della terza classe elementare, erano elencate le date
che gli insegnanti dovevano spiegare in classe, assegnando spesso un tema correlato. In aggiunte a quelle religiose ancora oggi in vigore, queste erano: 28 ottobre Marcia su Roma (giorno di vacanza); 31 ottobre Giornata del risparmio; 1/2 novembre Commemorazione dei defunti (vacanza); 4 novembre Anniversario della Vittoria (vacanza); 9 novembre Morte di Vittorio Emanuele II; 11 novembre Compleanno del Re (vacanza); 5 dicembre Anniversario della rivolta di Balilla contro gli Austriaci a Genova; 2 dicembre Giornata della madre e del bambino; 6 gennaio Befana fascista (vacanza); 8 gennaio Compleanno della Regina Elena (vacanza); 11 febbraio Firma dei Patti Lateranensi; 23 marzo Fondazione dei Fasci di Combattimento (vacanza); 19 aprile Giornata contro la tubercolosi; 21 aprile Natale di Roma e Festa del Lavoro (vacanza); 25 aprile Anniversario della nascita di Guglielmo Marconi; 5 maggio Gli italiani entrano in Addis Abeba; 7 maggio Festa dell’Impero (vacanza); 24 maggio Entrata in guerra dell’Italia nel 1915 (vacanza); 9 giugno Festa dello Statuto.
In conclusione è possibile evidenziare come la palingenesi fascista, la creazione dell’uomo nuovo fosse strutturata su tre livelli che interagivano sinergicamente col fine ultimo di creare adesione “naturale” al regime, attraverso un forte indottrinamento ideologico, come unico modo di esprimere la propria cittadinanza attiva: la scuola come luogo di raccolta della popolazione infantile e giovanile per introiettare i concetti di cultura fascista e di celebrazione del regime; le organizzazioni di massa per la parte extrascolastica, indirizzata all’esaltazione dell’attività fisica, del vigore e della virilità a modello del Duce, con un’impostazione paramilitare; la famiglia, dove la donna moglie e madre dei suoi figli, ma in senso più ampio della Patria, doveva essere la prima educatrice militante del partito.
Per approfondimenti: Caponigro M., Pedagogia Totalitaria. Sistemi educativi e Scolastici Nell’Italia fascista e nella Germania Nazista, Tralerighe Libri, 2025; Chiosso Giorgio, Il fascismo e i maestri, Mondadori, 2023;
Gabrielli Gianluca, Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento, Ombre corte 2016;
Gentile Emilio, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza 2002;
Gibelli Antonio, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande guerra a Salò, Einaudi 2005;
